Gli Yes, lo spettatore sognante e l’illusione di essere “vivi”

 

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La band ha suonato dal vivo, per intero, due album tra i più rappresentativi della sua carriera, Fragile (del 1971) e, per la prima volta in assoluto, Drama (del 1980). Ecco il racconto di chi c'era.

Di Giorgio Bellocci

28 maggio, Milano, ore 23.30 circa: come da ordine imposto dal vinile originale di Fragile, sul Teatro Nazionale arriva la violenta scarica elettrica di Heart Of The Sunrise.

Gli Yes 4.0 (ma anche 6.0 o 7.0 come ogni fan può liberamente immaginare visto i continui colpi di scena) si accingono a concludere un bellissimo concerto incentrato sulla rivisitazione di Drama (anno di grazia 1980) e del capolavoro registrato nel 1971. Dopo l'inconfondibile attacco in stile metal generato dalla chitarra di Steve Howe ecco l'altrettanto mitico giro di basso, vero marchio peculiare della track che chiude Fragile... E' il grande momento di Billy Sherwood: il pubblico, fino a quel momento gratificato ma un po' compassato, si alza dai vellutati posti a sedere per accompagnare con il battito delle mani la performance del talentuoso artista di Las Vegas, guest della band ormai dal 1996.

Ed è proprio in quel preciso istante, con il sound del basso supportato dal suggestivo crescendo di tastiere di Geoff Downes e dal drumming essenziale di Alan White, che lo "spettatore sognante" si immagina il volto compiaciuto di Chris Squire: lì, da qualche parte nell'universo, il musicista scomparso lo scorso giugno osserva il suo pupillo-allievo cimentarsi con tale speciale "esercizio". Uno di quelli che hanno elevato Squire al rango di più grande bassista della storia del rock. Di certo in ambito progressive, per la straordinaria trasformazione dello strumento da semplice supporto ritmico a vera e propria "voce guida".

Come ampiamente ricordato, con la cascata di immagini che a inizio concerto accompagna l'ouverture di Drama, il tour che oggi vede gli Yes esibirsi nei teatri di mezza Europa è dedicato alla memoria di Squire. Con Sherwood e i superstiti Steve Howe e Alan White ci sono il giovane cantante Jon Davison e il tastierista Geoff Downes. Quest'ultimo noto soprattutto per aver fondato nel 1982 gli Asia, supergruppo dalla storia tormentata quasi come quella degli Yes (normale se provi a far coesistere l'ego di Howe con quello di Carl Palmer!).

In precedenza Downes si era goduto un magico biennio dal 1979 al 1981 con l'amico d'infanzia Trevor Horn: prima i Buggles e il successo pop di Video Killed The Radio Star, e a seguire la chiamata degli Yes! Lui a sostituire Rick Wakeman; Horn la magica voce di Jon Anderson, bisognoso di uno stop dopo una decade di trionfi con la band da lui formata con Chris Squire e il pianista Tony Kaye nel 1968. Ed ecco nascere l'ambizioso Drama, con il suo mix di "vecchio" e "nuovo", di "easy pop" e di "prog rock". Un bagliore isolato perché nelle successive reincarnazioni gli Yes riaccoglieranno Anderson e Wakeman, per non dire di Kaye che sarà protagonista all'epoca del successo planetario di 90125 (1984).

Ma di nuovo oggi Downes si ritrova a sostituire lo straordinario pianista che amava vestirsi da Mago Merlino, e che da un paio di anni ha nuovamente lasciato gli Yes! Questa volta per solidarietà verso Anderson che dopo la convalescenza successiva a seri problemi dell'apparato respiratorio non è stato più richiamato dagli amici di una volta (da qui la presenza di Davison).

 

da YouTube

Geoff ha un look bizzarro, da pacioso e anzianotto englishman che veste in modo kitch e si tinge i capelli di oro platino per combattere il passare del tempo (ma forse anche la depressione per la scomparsa della figlia Alexandra avvenuta nel 2013 per un incidente stradale). Potrebbe vestire i panni dell'insospettabile killer nelle ricche campagne inglesi della serie Il commissario Barnaby, ma suona le tastiere in modo incantevole! E se nella prima parte del concerto il nostro "gioca in casa" - Drama in gran parte lo ha visto nelle vesti di coautore - il talento brilla anche in classiche icone di Wakeman. Su tutte l'immaginifica South Side of the Sky.

Ma anche Siberian Khatru, con l'impressionante tappeto sonoro creato da un giovane e creativo Wakeman, probabilmente già alle prese con quel consumo di stupefacenti che oggi la rete (Wikipedia in testa) addita come sua grande debolezza dipanatasi lungo quasi un trentennio.

Questo tour racconta infine di Jon Davison, che se non dovesse cimentarsi in una mission impossible e titanica potrebbe essere tranquillamente riconosciuto come un cantante di talento, così come la sua militanza nel gruppo prog Glass Hammer aveva decretato. Ma oggi è l'anello debole del progetto, inutile girarci intorno. E il look da "hippie-Jesus Christ" genera empatia senza però aggiungere valore. Ma non c’è una colpa: Jon Anderson è semplicemente insostituibile. E una ricomposizione sembra impossibile, anche perché a rendere ancora più incredibile l'eterna storia degli Yes è arrivata la notizia del progetto targato Anderson-Wakeman-Rabin per il prossimo autunno! Fossimo in Howe e White proveremmo a bypassare i problemi di diritti presentando un avatar di Anderson controllato da remoto. O più semplicemente faremmo una scelta spiazzante e meno pressante dal punto di vista del confronto: punteremmo su un vocalist di colore, meglio ancora se donna...

Gli Yes, nelle future varie "foto di famiglia", potranno forse regalare altre grandi emozioni ai loro fan. Si farebbe un errore però a pensare di vederli al centro di un progetto "vivo". La loro musica è (nobilmente) "morta" semplicemente perché il meglio che si poteva creare è già storia. Così come il prog-rock in generale, con gli antichi eroi di un tempo dentro a un incantevole e autoreferenziale gioco di complicità con gli spettatori che a loro volta vivono l'illusione di aver fermato il tempo. Li vedi ancora quasi tutti in tour: Jethro Tull, Van Der Graaf Generator, King Crimson, Carl Palmer, Marillion, Alan Parsons Project, Steve Hackett (il più in forma di tutti), e tanti altri ancora. Godiamoci il momento perché il risveglio sarà brusco e spiazzante.

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